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Antoni Gaudì i Cornet (1852-1926) naque a Reus in un umile famigli di artigiani (fabbricanti di caldaie). Ultimo di cinque figli fu il solo a sopravvivere ai suoi genitori, visto che gli altri 4 bambini morirono tutti in giovane età.
Mentre era ancora piuttosto giovane a Gaudì fu diagnosticata l'artrite che lo accompagnerà per tutta la vita. Egli fu, a causa della sua malattia un bambino malaticcio che aveva problemi a camminare. Tuttavia fu in grado di frequentare l'asilo di Francesc Berenguer e più tardi di essere accettato alla scuola locale di Reus all'età di 11 anni. Fu qui che Gaudì mostrò grandi capacità di osservazione, probabilmente perchè il senso della vista era il suo unico modo di interagire con il mondo. Era un bambino riservato con un carattere difficile e i suoi voti non erano buoni. Tuttavia eccelleva nel disegno che gli rese possibile lavorare al giornale scolastico. In età più avanzata ricorderà sempre con gratitudine sia la scuola, sia il commercio di suo padre che lo aiutò nei suoi anni d'architetto nel lavoro con volumi e spazi.

Il periodo era quello in cui la Catalogna stava affrontando un periodo di rinascita economica e vivacità culturale.
Fino al Medioevo era stata una delle regioni più ricche dell’intera Spagna, ma con l’unificazione con la Castiglia e l’avventura coloniale, era stata sacrificata nell’interesse nazionale dai monarchi Spagnoli.
Sfruttata per lungo tempo attraversò secoli bui, che finalmente, nella seconda metà del 800, lasciarono spazio a un fervente spirito nazionale di indipendenza e rinascita. In poco più di 50 anni la Catalogna recuperò il tempo perduto mettendosi al passo con i maggiori stati europei sotto ogni punto di vista: la classe dei grandi proprietari terrieri iniziò a scomparire lasciando posto alla ricca borghesia e al proletariato, vennero modernizzate le strutture pubbliche, costruite università, musei e come simbolo di indipendenza si andò ad affermare in tutta la regione l’uso della lingua Catalana. Sotto il profilo degli stili architettonici la Reinaixença portò ad una innovazione con l’influenza islamizzante del Mudejar negli edifici e la riscoperta del Medioevo con l’affermazione dell’uso del mattone; l’intenzione fu quella di ricollegarsi al periodo precedente di splendore di inizio millennio.
Il periodo della Reinaixença Catalana, spinse Gaudì nel 1869 a recarsi a Barcellona, capitale della regione in profonda crescita, per iniziare gli studi universitari.

All'età di 21 anni entrò nella scuola di architettura a Barcellona dopo un anno di studi preparatori. Non eccellendo come studente, a metà della sua carriera scolastica ebbe bisogno di lavorare con differenti capomastri per aiutare la delicata economia familiare che avrebbe anche causato la vendita della proprietà a Reus. Ben lontano dal rendere i suoi studi difficoltosi, il lavoro di fatto gli fornì un assaggio del lato pratico della sua professione. Questo gli permise anche di incontrare architetti che lo avrebbero raccomandato a futuri clienti una volta finiti gli studi.
Ancora studente collaborò come assistente alla Lampioni placa realrimodernizzazione di Park de la Cittadella, parco pubblico del quale, l’opera più significativa, fu il ridisegno del sistema idrico naturale con la cascata come pezzo forte.

Al tempo degli studi di Gaudì, i libri dell'architetto francese Violet-Le-Duc erano molto in voga. Oltre ad essere un prestigioso esponente del neogotico, Violet fu uno dei primi ad usare il cemento nella ristrutturazione di molti edifici medioevali. Uno dei complessi al quale lavorò fu la città di Toulouse che un entusiastico Gaudì visitò in una delle sue poche gite all'estero. Pur considerando il fatto che l'architetto francese era molto più vecchio di Gaudì, alcuni degli abitanti della città medioevale sembrò scambiarlo per Violet stesso quando lo videro intento a far scorrere una mano lungo un muro. Questo è un aneddoto che serve in qualche modo a provare che il giovane studente aveva mantenuto lo stesso dono dell'osservazione che aveva caratterizzato la sua infanzia. Egli non lo avrebbe perso neanche come architetto adulto che aveva spesso bisogno di toccare con mano i materiali nei suoi edifici nel suo lavoro giornaliero.

Quando conseguì il titolo di Architetto il suo primo personale incarico fu quello della progettazione e della realizzazione dei lampioni in Placa Real. Due unici lampioni che Gaudì seppe progettare in modo moderno e innovativo combinando due materiali come la ghisa e la pietra per dare vita a lampioni a 5 bracci dei quali i committenti rimaseroParticolare lampioni Piazza Reale molto soddisfatti.

In seguito una delle prime commissioni che Gaudì ricevette come architetto fu il progetto urbanistico per le abitazioni degli operai nella cooperativa de La Obrera Mataronense. L'architetto ne era entusiasta:
Il suo stile si articolava attraverso la concezione eCentro operaio tessile: La Obrera Mataronense la progettazione di spazi tridimensionale immediati e non attraverso i disegni preliminari bidimensionali. Quindi i suoi edifici non erano frutto di sovrapposizione di più piani ma erano subito concepiti nella loro totalità e in continua trasformazione durante la realizzazione.

Ma il progetto non fu mai completamente realizzato. Tuttavia nel 1878 il progetto fu epsosto nel padiglione Spagnolo all'Esposizione Universale di Parigi. L'architetto Joan Martorell, per il quale Gaudì aveva lavorato come assistente lo presentò a Eusebi Guell dando origine a una stretta e fruttuosa amicizia. Oltre ad aver commisionato a Gaudì molti progetti, Guell fu uno dei pochi contemporanei dell'artista che ammirò e capì il suo lavoro. Provenivano da classi sociali differenti, ma i due uomini condividevano gli stessi ideali sociali e religiosi così come un profondo senso patriottico. Entrambi credevano in una società più giusta, influenzata dall'ideale delle città inglese e da autori come Ruskin, il pensatore e designer che mise in pratica una di queste comunità ideali e i cui libri erano in possesso di Guell, che indubbiamente li prestò a Gaudì. Tutti e due inoltre professavano una sincera fede religiosa e difendevano con fervore il linguaggio e la cultura catalana, anche in tempi in cui essi erano proibiti. Gaudì arrivò anche al punto di rifiutarsi di parlare spagnolo a un poliziotto nonostante questo significò per lui l'arresto e due notti in prigione. Francesc Pujols, nella sua "La vision artistica y religiosa de Gaudì" (1927), osservò che l'architetto comprendeva a fatica lo spagnolo e non sapeva come parlarlo, rendendo necessario l'intervento di un interpetre per le visite alla Sagrada Familia, come avvenne con la visita del Re.

Nel 1883 iniziarono i lavori di costruzione su El Capricho e su casa Vicens, gli edifici considerati le prime case di Gaudì al tempo in cui era anche al lavoro sulla Sagrada Familia. Avrebbe continuato a lavorare alla chiesa per 30 anni, durante un periodo prolifico nel quale divenne parte della fiorente società Barcellonese alla fine del secolo e l'architetto preferito della crescente borghesia, con la reputazione di essere eccentrico e brillante.

Nel 1914, l'architetto decise di dedicarsi esclusivamente al lavoro sulla Sagrada Familia. Apparenemente fu in questo periodo che il suo stile di vita cambiò lentamente, diventando progressivamente più austero. Abbandò per esempio gli eleganti completi e cappelli che lo avevano caratterizzato e ritornò alla semplicità della sua fanciullezza. Nell'ultimo periodo della sua vita spostò la sua abitazione ai piedi della chiesa per dedicare tutto il suo tempo al lavoro che divenne l'unica cosa a cui dava importanza.

Nel giorno del fatale incidente che avrebbe causato la sua morte, Gaudì era poveramente vestito. Quando un tram lo colpì nessuno riconobbe l'architetto che fu confuso con un mendicante a causa dei suoi vestiti logori e perchè non portava con se nessun documento. Due giorni più tardi, il 9 giugno 1926, Antoni Gaudì morì nell'ospedaòe della Santa Croce dopo aver dedicato gli ultimi 12 anni della sua vita esclusivamente a quella che era conosciuta come "La Cattedrale del povero".

 


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Questo articolo
è stato tradotto da
"Antoni Gaudì, Salvador Dalì" H.Kliczkowsky
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